EMDR: siamo fatti delle nostre storie

Le esperienze passate ci dicono che cosa aspettarci da noi stessi, dagli altri e dall’ambiente in cui viviamo, influenzano le relazioni e gli atteggiamenti e ci consentono di prevedere che cosa potrebbe accadere nel futuro.

Esse ci spingono a reagire in maniera automatica alle situazioni sulla base di ciò che proviamo e crediamo e ci danno le parole attorno alle quali

Quando le esperienze sono negative contribuiscono a creare stati emotivi e credenze negative che chiamiamo convinzioni negative e da queste vengono fuori le parole con le quali ci raccontiamo.

a cura del dottor
Terapeuta EMDR

Fin da quando siamo piccoli siamo attratti dai racconti e dalle parole che costruiscono nella nostra fantasia mondi popolati da animali parlanti, eroi, cattivi da sconfiggere e imprese da compiere. Siamo così abituati a chiedere agli altri di raccontarci la loro storia che non vediamo l’ora di poterla raccontare a nostra volta.

Ciascuno di noi ha la sua, che può essere raccontata attraverso parole che, come chiavi, aprono i cassetti dei ricordi. Ed è bello quando una storia ha tante parole per essere raccontata. Ma una storia si costruisce anche attorno a poche parole, a volte anche una parola sola.

Prendiamo ad esempio la storia di Denis.

A 7 anni vede alla televisione un film che lo spaventa, c’è un mostro orribile che fa versi orribili e attacca le persone di soppiatto. Denis chiude gli occhi e chiede di cambiare canale, ma più tardi quando è il momento di andare a dormire è ancora scosso e chiede alla mamma di restare con lui. Dentro di sé rivive la paura che ha provato guardando la televisione e pensa che il mostro potrebbe afferrarlo all’improvviso, senza che lui riesca a chiamare aiuto. Durante il giorno è tranquillo, a parte alcune stanze, come lo sgabuzzino, che evita per via del mostro.

Invece a sera, nel suo letto, non solo non riesce ad addormentarsi, ma rivive la paura di essere afferrato, dalla quale può proteggerlo solo la presenza di uno dei suoi genitori. Non appena si assopisce, si risveglia di soprassalto terrorizzato all’idea che il mostro avrebbe potuto afferrarlo.
La sua storia inizia a svolgersi attorno alla parola paura e la invade con effetti sul suo umore, che diventa scuro e nervoso, e sulla sua autostima.

Si sente in pericolo, un pericolo che non è reale per gli altri, ma lo è per lui e questa differenza contribuisce a fargli sentire di non essere compreso. In più le reazioni a volte infastidite degli adulti stanchi per il lavoro e impotenti nel risolvere la sua paura, lo fanno sentire un peso. Denis si sente insicuro e molte situazioni che i suoi coetanei vivono serenamente sono per lui fonte di ansia. Oltre allo sgabuzzino ed al sottoscala, evita tutti i luoghi bui e deve accendere tutte le luci per andare in bagno la notte. Lo incontro quando ha undici anni: ha ancora paura ad addormentarsi, dorme cinque o sei ore per notte ed è spesso molto arrabbiato poiché, teso e stanco com’è, scatta per un nonnulla, è magrolino e mangia poco poiché ha spesso l’ansia che gli chiude lo stomaco.

La sua storia a 11 anni si può raccontare usando due parole: paura e rabbia, e la convinzione negativa: io sono in pericolo…

Se volete sapere come prosegue la sua storia trovate il finale al fondo della pagina.

– l’inadeguatezza: non vado bene, declinato nei temi dell’amore (non sono amabile) e del valore (non valgo, non valgo abbastanza);
– la colpa/responsabilità: ho sbagliato/sono sbagliato;
– la sicurezza/vulnerabilità: sono in pericolo;
– il controllo: sono impotente, non c’è nulla che io possa fare.

Molto spesso diciamo: il problema sono gli altri o la sfortuna, questo è un modo per difenderci: non significa forse io non sono in grado di difendermi o proteggermi dagli altri e dalla sfortuna?

Certo gli eventi accadono, ma la differenza sta nel modo in cui reagiamo.

Spesso è difficile riconoscere l’influenza degli eventi negativi: ci sembra di esserci sempre sentiti così e quindi è normale, oppure non riconoscendo le cause pensiamo sia un’evoluzione naturale della nostra storia. Ma non è così.
Se pensando ai momenti peggiori della nostra vita, questi ci disturbano significa che non sono esperienze elaborate, ma il loro carico di emozioni e significati ci influenza ancora. Ad esempio una storia d’amore interrotta provoca sofferenza e luoghi e situazioni ricordano e riattivano l’angoscia della perdita della persona amata.
Dopo alcuni mesi il ricordo diventa meno intenso e possiamo pensare alla relazione e alla persona senza soffrire.
Quando ciò avviene, il ricordo è elaborato.
No, il tempo non fa la differenza! Sono le caratteristiche di ciascuno di noi e il bagaglio di ricordi positivi che entrano in gioco nell’elaborazione degli eventi; dopo un tempo ragionevole per l’elaborazione spontanea il ricordo si può considerare bloccato. Inoltre l’influenza del ricordo può non essere facilmente riconoscibile: la nostra storia si modifica e possiamo abituarci ad usare le nuove parole che gli eventi traumatici suggeriscono.
A differenza del passato, oggi possiamo affrontarli attraverso la tecnica psicoterapica dell’EMDR: i ricordi così perdono la loro carica emotiva negativa e diventano eventi accaduti e superati.
• Piccoli/grandi traumi subiti nell’età dello sviluppo;
• Eventi stressanti nell’ambito delle esperienze più frequenti (aborti, lutto, malattia cronica, perdite finanziarie, conflitti coniugali, cambiamenti, bullismo, umiliazioni, perdita del lavoro);
• Eventi stressanti al di fuori dell’esperienza umana consueta.
L’EMDR è utile per superare i grandi traumi e i piccoli traumi ripetuti ed è applicabile a bambini e adulti; serve a chi ha spesso l’ansia, a chi ha cambiamenti d’umore, a chi si sente assalire da emozioni che sembrano inondare togliendo lucidità.
Serve per cambiare profondamente e stabilmente la propria idea di sé e a riconoscere, rinforzare e rendere inattaccabili le proprie qualità positive.
Serve per cambiare le parole negative che usiamo quando raccontiamo la nostra storia

Durante la sessione di EMDR il paziente si concentra sul materiale emotivamente disturbante e si susseguono brevi sequenze durante le quali l’attenzione si focalizza sull’immagine disturbante del ricordo, sulle sensazioni fisiche, sui pensieri e le convinzioni. Il terapeuta fornisce uno stimolo esterno tramite movimento delle dita che il cliente segue con lo sguardo o tapping sul dorso delle mani del paziente.

Il cliente è sveglio e cosciente e riporta costantemente i cambiamenti che nota al terapeuta dopo ogni set di stimolazione.

La stimolazione del terapeuta attiva alternativamente entrambi gli emisferi cerebrali del paziente facilitando la comunicazione interemisferica attraverso il corpo calloso e l’accesso alla rete del ricordo doloroso creando nuove associazioni con altri ricordi e informazioni positive già presenti nella storia del paziente fino a quel momento non disponibili. Il terapeuta interrompe ad intervalli regolari la stimolazione bilaterale per accertarsi che il cliente elabori adeguatamente da solo. Il terapeuta facilita la spontanea elaborazione guidando il paziente attraverso il materiale clinico rilevante fino alla completa riduzione del livello di disturbo notata dal cliente. Questa è legata ad una riduzione della sintomatologia, ad un cambiamento nelle convinzioni negative del cliente verso quelle positive nuove, ed alla prospettiva di una funzionalità ottimale. Le nuove associazioni consentono l’elaborazione del ricordo originario che non si dimentica, il ricordo non si perde, ma esso perde la connotazione negativa e disturbante.

Non vi è ancora una spiegazione scientifica univoca del perché l’attivazione alternata degli emisferi cerebrali tramite i movimenti oculari, o il tapping sul dorso delle mani, sia così efficace nell’accelerare la rielaborazione, tuttavia vi è ampia bibliografia che dimostra l’aumentata efficacia di questo tipo di terapia rispetto allo stesso trattamento senza EMDR.
Alcune ipotesi associano i movimenti oculari con ciò che accade durante il sonno R.e.m. quando sogniamo.

EMDR: Eyes Movement Desensitization And Reprocessing, desensibilizzazione e riprocessamento tramite movimenti oculari. Questa sigla è anacronistica dal momento che si è scoperto che altre forme di stimolazione alternata del cervello (tapping, suoni a presentazione alternata) ottengono risultati analoghi.
Si è scelto di mantenerla per chiarezza e comodità essendo molto diffusa all’estero e negli Stati Uniti dove questa tecnica è utilizzata da anni.
Nel caso di eventi disturbanti unici, generalmente dalle 3 alle 5 sedute.
Per eventi negativi ripetuti nel tempo, il numero di incontri dipende dalla facilità con cui il ricordo viene elaborato.
Soltanto psicoterapeuti specializzati o specializzandi dopo il terzo anno specificatamente formati sull’EMDR sono abilitati all’utilizzo di questa tecnica.

Denis è stato bravissimo nel ritrovare la causa della sua paura. Ricordava come fosse ieri il mostro visto 4 anni prima!
Al termine dell’unica seduta EMDR su questo argomento, il ricordo era già elaborato completamente e Denis pensava: ora sono al sicuro.
Parole differenti hanno cambiato anche il suo comportamento: dalla sera stessa della seduta riesce ad addormentarsi  e quando si alza durante la notte per andare in bagno riesce a riprendere sonno, cosa prima molto difficile per lui. Riconosce quanto sia diventato più sicuro di sé rispetto a quattro anni prima e come aver finalmente superato questa difficoltà lo abbia reso più forte: oggi, dall’alto dei suoi 11 anni, non è più costretto ad accendere tutte le luci. Ne accende solo alcune.

dott. Matteo Marchesi

Psicologo psicoterapeuta – specialista in psicoterapia cognitiva
Terapeuta sessuale
Terapeuta EMDR

Iscritto all’Albo degli Psicologi del Piemonte n° 4732
Socio S.I.T.C.C.: Società Italiana Terapia Cognitiva e Comportamentale.
Visita a Torino e  Bruino.

per appuntamenti e informazioni: 339.5427619