Qualche anno fa, in qualità di psicologo consulente per una scuola media, ho avuto l’occasione di partecipare ad un intervento complesso riguardo un caso di bullismo.
I primi segni del disagio si ebbero con segnali di nervosismo tra i ragazzi: erano più ansiosi del solito e tendevano a stare il più possibile a contatto con gli insegnanti. Quasi nessun ragazzino chiedeva di uscire per andare in bagno e alcuni non volevano più andare a scuola. Mi capitò di incontrare in colloquio allo sportello di ascolto uno di essi che con fatica mi raccontò cosa lo spaventava.
Risultò che in due terze erano distrubuiti un bullo e diversi gregari che terrorizzavano i compagni, ragazzi che erano già stati segnalati dai carabinieri al tribunale dei minori per un episodio di vandalismo all’interno della scuola avvenuto durante le vacanze estive.
La prima difficoltà fu portare a galla l’entità del fenomeno poiché gli episodi avvenivano nei bagni, in classe durante gli intervalli o davanti a scuola, comunque mai in presenza degli insegnanti che quindi si trovarono piuttosto in difficoltà nell’accorgersi di ciò che avveniva tra i loro ragazzi.
Grazie alla particolare confidenza tra alcune vittime e i loro insegnanti potemmo iniziare a costruire una mappa della situazione. Gli interventi furono attuati con particolare urgenza data anche la sensazione sgradevole dovuta al ritardo con cui noi adulti ci eravamo accorti di cosa stava succedendo. La preside incontrò diverse volte i genitori per rassicurarli riguardo alla partecipazione della scuola e per descrivere gli interventi che stavamo organizzando.
La linea guida che proposi fu di evitare di smascherare i bulli, con l’obiettivo di tutelare le vittime che sarebbero state altrimenti accusate di aver fatto la spia; al tempo stesso la scuola doveva agire rapidamente su più fronti per fermare il fenomeno nel minor tempo possibile.
Gli insegnanti presero due posizioni o cercarono di ridimensionare l’importanza di ciò che stava accadendo o furono visibilmente coinvolti e decisi a intervenire. Ritenni che avessero bisogno di sentirsi capaci, solidi e supportati il più possibile, così organizzammo un incontro in cui trattammo argomenti di natura teorica sul bullismo e facemmo una supervisione parlando di come si sentivano quando erano in classe.
Nel frattempo ho sostenuto le vittime nel riflettere sulle emozioni di vergogna che provavano e aiutate a continuare a frequentare la scuola: inventammo soluzioni per diminuire la frequenza di situazioni pericolose e per creare dei legami tra i ragazzini oggetto dell’aggressività dei compagni.
Incontrai a lungo anche i bulli individualmente allo sportello di ascolto della scuola, con un paio di essi ci vedemmo per diverse settimane discutendo del senso dei loro comportamenti e facendo complessi esercizi per aiutarli ad assumere il punto di vista degli altri. Alcuni di essi, con sorpresa, cambiarono radicalmente i propri atteggiamenti mostrando una improvvisa maturazione.
Dall’altra, l’intervento volto ad aumentare la distanza fisica tra i bulli sembrò efficace, mentre fu del tutto inutile l’unico incontro con il ragazzo a capo del gruppetto sia per il suo atteggiamento indisponibile, sia perché i genitori non diedero l’autorizzazione scritta affinché il ragazzino si incontrasse con me ulteriormente.
Un ricordo vivido di quella chiacchierata sono i suoi occhi che si illuminarono quando parlò del “Capo dei capi”, la fiction su Riina, e dei valori che in quella figura lui trovava.
La sua classe fu spostata il più lontano possibile dalle prime avendo valutato che i ragazzini di seconda e terza sarebbero stati più capaci di difendersi e fu aumentata la sorveglianza ai piani.
Con un complesso intervento su più fronti fu possibile compattare le vittime ed isolare i bulli; un fondamentale lavoro fu fatto dagli insegnanti che operarono costantemente per dividere i bulli separando i banchi di quelli presenti nella stessa classe e riducendo il più possibile i contatti almeno durante le ore di scuola.
Non furono necessarie ulteriori azioni disciplinari direttamente connesse a questi avvenimenti e dopo gli interventi noi adulti non avemmo più notizia di episodi di bullismo per quell’anno nella scuola; naturalmente il non averne avuto notizia non è garanzia che non abbiano più avuto luogo, ma possiamo ragionevolmente supporre che non siano più accaduti episodi gravi come quelli che hanno motivato l’intervento.

a cura del dott. Matteo Marchesi

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